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Cosa vedere

Castello Normanno Svevo

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È il monumento più rilevante di Gioia del Colle ed uno dei castelli più belli di Puglia. L’edificio, sorto in epoca bizantina, con il normanno Riccardo Siniscalco d’Altavilla, nel XII secolo, ed ancor più con Federico II di Svevia, al suo ritorno dalla crociata (1228-1229), assunse le forme che ancor oggi è possibile ammirare, dopo i restauri Pantaleo (1907-1909) e De Vita (1969-1974).

All’esterno catturano l’attenzione del visitatore il poderoso paramento con conci a bugne, le due torri superstiti delle quattro originarie (il mastio normanno de’ Rossi, alto m 28.40, e la torre Imperatrice, alta m 24.10 con i suoi splendidi oculi e monofore), gli ingressi sud ed ovest, caratterizzati dagli archi con bugnato a raggiera e dalle eleganti caditoie, le cortine punteggiate da una straordinaria varietà di raffinate aperture.

All’interno, a piano terra, varcato il maestoso androne ovest, si entra nella vasta ed armoniosa corte, su cui si affacciano la sala del forno monumentale con accesso alla prigione dell’Imperatrice, teatro di una fosca quanto suggestiva leggenda. Qui Federico II avrebbe rinchiuso Bianca Lancia accusandola di tradimento e qui la donna amata dall’Imperatore avrebbe partorito Manfredi, facendo sacrificio di sé. Più in là, l’accesso all’ingresso sud con la poderosa porta a piattabanda e gli ambienti delle cortine sud ed ovest . La corte fu teatro nel 1497 delle accoglienze trionfali tributate ad Isabella del Balzo Orsini, regina di Napoli, dalle popolazioni schiavone insediatesi a Gioia nella seconda metà del Quattrocento.

Un elegante scalone (rimarchevoli le losanghe raffiguranti scene zoomorfe) consente l’accesso alle sale del piano superiore: la fascinosa sala del Trono, annunciato dall’arco trionfale e caratterizzato da spiccati elementi decorativi arabi e dal motivo dei falchetti affrontati. Qui nel dicembre del 1250 sostò la salma di Federico II, in viaggio da Foggia a Palermo; la sala del Caminetto rinascimentale, illuminata dalla splendida trifora; la sala rinascimentale, a cui si accede dalla primitiva porta del donjon, con l’armoniosa volta quattrocentesca; la sala del Gineceo, con la scala di accesso all’interno della torre Imperatrice. Qui destano curiosità la saletta da bagno, una rarità nelle dimore signorili e regali del tempo, ed i mensoloni di sostegno dei soppalchi lignei andati distrutti.

In queste sale Pier Paolo Pasolini girò alcune scene del film “Vangelo secondo Matteo”.

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Gli ambienti ad est ospitano il Museo Archeologico Nazionale, che raccoglie i reperti (dal VI al III secolo a. C.), rinvenuti nella zona archeologica di Monte Sannace: vasi geometrici, vasi a figure rosse e di Gnatia, statuette e tintinnabula (sonaglini), armi e oggetti bronzei, utensili domestici.

Distilleria Cassano

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Tra i vari comparti di trasformazione dei prodotti agricoli, il più florido era sicuramente quello viticolo che beneficiava del grande successo, soprattutto sul mercato francese, dei vini pugliesi, in primis il Primitivo di Gioia. Tuttavia, con la chiusura del mercato transalpino, questa fonte di reddito venne improvvisamente a mancare ed i produttori di vino decisero di distillare le ingenti quantità di vino per produrre cognac ed altre bevande alcoliche.

Anche a Gioia sorsero così diverse distillerie, tra cui quelle di maggior rilievo di Paolo Cassano. Nacque allora il più famoso dei liquori prodotti dalle distillerie gioiesi, il Fides Cognac Italiano, subito apprezzato all’estero grazie alle caratteristiche organolettiche della bevanda.



Parco Archeologico di Monte Sannace

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Regione abitata da epoca antichissima, la Peucetia corrisponde alla parte centrale dell’odierna Puglia, alla zona dell’altopiano delle Murge ed in pratica all’attuale provincia di Bari. Si insinua tra la Daunia e la Messapia, ed è caratterizzata, come l’attiguo Salento, da precocissimi contatti col mondo orientale, già nell’Eneolitico: si ritrovano ad es. ad Altamura gli stessi ossi a globuli testimoniati a Troia. Secondo la leggenda l’ethnos sarebbe stato originato da Peucezio fratello di Enotro e figlio dell’arcade Licaone: la tradizione ha senz’altro registrato le relazioni, anche in questo caso molto precoci, tra i Peucezi e il mondo greco coloniale. È di quella stessa epoca lo sviluppo dei grandi abitati peuceti, ove è testimoniata una ricchezza enorme appannaggio delle classi dirigenti, come testimoniano i corredi tombali; ricchezza certo derivante dai commerci con le colonie greche. Tratto comune a tutta la civiltà peucetica è la forte decadenza in epoca romana: dopo la conquista la maggior parte dei centri scompare, e a ciò non corrisponde lo sviluppo di nuovi centri romani, che perlopiù rimangono al rango di stazioni su quella che sarà poi la via Traiana. Il centro di Monte Sannace è eloquente testimone di questo destino: abitato fin dall’inzio del VII sec. a.C. e fiorentissimo per tutto il IV e III sec. a.C., viene totalmente abbandonato alla fine del III sec. a.C., dopo le guerre annibaliche; e non vi è in alcuna ripresa della vita in età romana.

Quello di Monte Sannace è il più grande abitato peucetico noto, ed è stato scavato a partire dagli anni cinquanta del Novecento; ma il sito era conosciuto già nell’Ottocento, e fortemente depauperato da scavi clandestini. Il sito si trova suggestivamente in aperta campagna, a 5 km da Gioia del Colle in direzione Putignano - Egnazia, sul viottolo detto della Cavallerizza che attraversa tutta l’area archeologica. L’abitato è anonimo, forse da identificare con la città di Thuriae di cui parlano le fonti, che la indicano però come città "della Messapia". Tutto l’abitato è cinto di quattro circuiti murari concentrici, perlopiù ancora visibili. La prima cinge l’acropoli, ed è della seconda metà del IV sec. a.C. La seconda, coeva, è dotata di una porta e racchiude quartieri abitativi nella parte verso valle; rivela, inoltre, tecniche edilizie greche. La terza e la quarta sono degli inizi del III sec. a.C.; l’una rinforza l’acropoli, mentre l’altra racchiude tutta l’area dell’abitato, cingendo una superficie in realtà molto più grande di quanto la città non fosse realmente: all’interno delle mura erano lasciate, cioè, zone non urbanizzate, funzionali all’accoglimento della popolazione delle campagne e degli animali in caso di guerra, ed a coltivazioni in caso di lunghi assedi. Interessantissimo l’uso funerario: le necropoli sono tutte extraurbane, ed ospitano tombe a partire dal VII sec. a.C., con materiali però anche più antichi, come vasellame greco di metà VIII sec. a.C.; ciononostante, coerentemente con l’uso funerario apulo, non mancano esempi di sepolture dentro la città, nei giardini delle abitazioni o negli spazi tra esse nel caso degli adulti, sotto il pavimento delle case nel caso dei bambini.


Chiesa Madre – S.Maria Maggiore


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La Chiesa Madre fu edificata al di fuori delle mura della città alla fine del XI secolo da Riccardo Siniscalco ed intitolata a S.Pietro. Le funzioni religiose venivano officiate in latino in contrapposizione alla liturgia greca della chiesa di Santa Sofia (l’attuale S.Andrea).

Sin dall’inizio fu Civica Ricettizia e poi Collegiata fino ad assumere il titolo di Collegiata Insigne nel 1540.

Il primo arciprete, di cui si ha notizia, fu don Cataldo, nel 1906. La chiesa era tutta in pietra lavorata, a tre navate ed ai lati dell’altare maggiore, c’erano due alti campanili con due campane ciascuno. Al suo interno c’erano l’organo, il pulpito, la sedia vescovile e numerose tombe e cappelle gentilizie.

Nel 1764, la Chiesa fu abbattuta con tutti i monumenti che l’arricchivano in seguito ad una sommossa capeggiata da Giannantonio Monte, contro i simboli del potere baronale. Fu, tuttavia, subito ricostruita, così come oggi si presenta, dall’architetto Pasquale Margolfo. Dalla distruzione si salvarono un antico sarcofago poi adibito a lavabo (è visitabile in sagrestia), due leoni a mezzo rilievo (ai lati della porta di ingresso) ed un ECCE HOMO scolpito nel XV secolo da Giovanni De Rocha, oggi murato alla sinistra del terzo altare di destra entrando in chiesa.

Nel 1845 fu annessa alla Chiesa Madre, la cappella del Santissimo, di proprietà della confraternita del Purgatorio che qui officiava (la cappella è stata successivamente denominata Cappella di Maria Bambina).

Nel 1857 l’edificio subì gravi danni in seguito ad un violento terremoto. I lavori di ricostruzione furono ultimati nel 1893 a spese del concittadino Pasquale Monatanaro. Ma nel 1942 crollò anche il campanile settecentesco; ricostruito poi in cemento armato, fu dotato di campane azionate elettricamente.

Durante questi ultimi lavori per la sistemazione delle fondamenta, si scoprì che quasi tutto il sottosuolo era anticamente adibito a luogo di sepoltura. La cripta risaliva probabilmente all’epoca di fondazione della cattedrale normanna. Purtroppo, temendo uno sfaldamento dei muri perimetrali delle fondamenta che avrebbero potuto compromettere la stabilità dell’intera chiesa, la cripta fu chiusa, dopo aver traslato le spoglie ivi sepolte, nell’ossario del Cimitero.

All’interno della Chiesa Madre è possibile ammirare la Madonna col Bambino di Stefano da Putignano, posta nell’edicola esterna a destra dell’ingresso (un’altra Vergine con Bambino dello stesso scultore si trova in Via Catapano, 15).

Ormai da secoli intitolata a Santa Maria Maggiore, la chiesa tiene soprattutto il culto cittadino di San Filippo Neri, a cui si attribuiscono miracoli avvenuti durante i terremoti e le carestie dei secoli scorsi.

Festa della Comunità parrocchiale: 8 dicembre in onore di Maria Bambina.

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